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LA RIFORMA DELLA TASSAZIONE DEI REDDITI DERIVANTI DALLE PARTECIPAZIONI QUALIFICATE

feb 15, 2019   //   by admin   //   Consulentia, Pillole  //  No Comments

Parte 1 – La tassazione dei dividendi

La Legge di Bilancio 2018 (27 dicembre 2017, n. 205) ha modificato il regime fiscale applicabile ai dividendi ed alle plusvalenze conseguiti al di fuori dell’esercizio dell’attività d’impresa in relazione al possesso ed alla cessione di partecipazioni societarie, estendendo alle partecipazioni qualificate il regime già previsto per quelle non qualificate. Per la disciplina dei dividendi è stato previsto anche uno specifico regime transitorio.

1.   Premessa

La Legge di Bilancio 2018 ha uniformato il regime fiscale applicabile ai dividendi ed alle plusvalenze conseguiti al di fuori dell’esercizio dell’attività d’impresa, ossia dalle persone fisiche, in relazione al possesso ed alla cessione di partecipazioni societarie “rendendo irrilevante la natura qualificata o meno della partecipazione”. Sino al 31 dicembre 2017 si consideravano partecipazioni qualificate quelle che rappresentavano “complessivamente, una percentuale di diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria superiore al 2 o al 20 per cento ovvero una partecipazione al capitale od al patrimonio superiore al 5 o al 25 per cento, secondo che si tratti di titoli negoziati in mercati regolamentati o di altre partecipazioni”.

2.   La nuova disciplina dei dividendi

Con l’art. 1, commi da 1003 a 1006, la Legge di Bilancio 2018 ha modificato sia l’art. 47 del TUIR denominato “Utili da partecipazione”, sia l’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, denominato “Ritenuta sui dividendi”.
La modifica comporta un aumento della pressione fiscale sui redditi prelevati dalla società a decorrere dagli utili prodotti dal 2018, nei confronti dei soci con partecipazioni qualificate in società di capitali.

2.1 Regime previgente

Prima delle modifiche in commento, il regime di tassazione dei dividendi percepiti da persone fisiche al di fuori dell’esercizio dell’attività d’impresa risultava differente a seconda che si trattasse di redditi derivanti da partecipazioni qualificate oppure non qualificate[1].
In particolare, il previgente art. 47, comma 1, del TUIR, prevedeva che gli utili derivanti da partecipazioni qualificate concorressero alla formazione del reddito complessivo nella misura del 58,14% del loro ammontare.
La quota di imponibilità degli utili è variata nel tempo, per effetto della progressiva diminuzione dell’aliquota IRES, come di seguito:

  • 40% per gli utili prodotti fino al 31/12/2007 (soggetti all’aliquota IRES del 33%);
  • 49,72% per gli utili prodotti fino al 31/12/2016 (soggetti all’aliquota IRES del 27,5%);
  • 58,14% per gli utili prodotti a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31/12/2016 (soggetti all’attuale aliquota IRES del 24%).

Considerando l’aliquota IRPEF massima, pari al 43%, il carico fiscale in capo al socio, senza tener conto della tassazione in capo alla società, era inizialmente del 17,2%, passato al 21,4%, in corrispondenza dell’aliquota IRES al 27,5% ed, infine, pari al 25% in corrispondenza dell’attuale aliquota del 24%, avvicinandosi così all’aliquota della ritenuta a titolo d’imposta del 26%[2], prevista dall’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, per i redditi derivanti da partecipazioni non qualificate.

2.2 Novità e regime transitorio

In seguito alla modifica apportata dal comma 1003 della Legge di Bilancio 2018 all’art. 27 del D.P.R. n. 600/1973, anche i dividendi derivanti da partecipazioni qualificate vengono assoggettati integralmente a ritenuta a titolo d’imposta con aliquota pari al 26% da parte del soggetto che li eroga. L’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta, oltre all’aumento della pressione fiscale in capo al socio detentore di partecipazioni qualificate, comporterà, altresì, che, in assenza di altri redditi imponibili, il contribuente non potrà dedurre/detrarre oneri deducibili/detraibili.

La suddetta novità si applica ai redditi di capitale percepiti a partire dal 1° gennaio 2018.
In deroga a tale previsione, il legislatore ha previsto una disciplina transitoria che conserva il previgente regime fiscale per gli utili maturati fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2017, al fine di non penalizzare i soci con partecipazioni qualificate in società con riserve di utili formatesi fino a tale esercizio, per le distribuzioni di utili deliberate dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2022.
La misura in cui gli utili concorreranno a formare il reddito imponibile dipenderà dall’esercizio nel quale gli utili percepiti si sono formati in capo alla società erogante, secondo le aliquote esplicitate in precedenza.
Di conseguenza, saranno assoggettati al nuovo regime, da una parte gli utili prodotti a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2017 – dal 2018 per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare – dall’altra gli utili portati a nuovo prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2017 la cui distribuzione non verrà deliberata entro il 31 dicembre 2022.
Si riporta di seguito una tabella riepilogativa delle diverse modalità di tassazione degli utili derivanti da partecipazioni qualificate e non, a seconda dell’arco temporale in cui tali utili vengono prodotti e deliberati (considerando la società distributrice avente periodo d’imposta coincidente con l’anno solare).

Utili prodotti fino al 31/12/2007 Utili prodotti dall’1/1/2008

al 31/12/2016

Utili prodotti

dall’1/1/2017 al

31/12/2017

Utili prodotti

dall’1/1/2018

Delibera Dall’1/1/2018 al 31/12/2022 Dall’1/1/2019
Aliquota IRES 33% 27,5% 24% 24%
Tipologia

partecipazione

Non

qualificata

Qualificata Non

qualificata

Qualificata Non

qualificata

Qualificata Non qualificata/

Qualificata

Quota

imponibile

100% 40% 100% 49,72% 100% 58,14% 100%
Ritenuta/Irpef Ritenuta

26%

Irpef Ritenuta

26%

Irpef Ritenuta

26%

Irpef Ritenuta 26%

Nella tabella che segue si riporta, invece, un calcolo presunto dell’incidenza fiscale complessiva sui dividendi di cui è deliberata la distribuzione, ipotizzando che il socio sia inciso con l’aliquota massima del 43%.

Utili prodotti fino al 31/12/2007 Utili prodotti dall’1/1/2008

al 31/12/2016

Utili prodotti

dall’1/1/2017 al

31/12/2017

Utili prodotti

dall’1/1/2018

Delibera Dall’1/1/2018 al 31/12/2022 Dall’1/1/2019
Tipologia

partecipazione

Non

qualificata

Qualificata Non

qualificata

Qualificata Non

qualificata

Qualificata Non qualificata/

Qualificata

Carico fiscale 50,4% 44,5% 46,3% 43% 43,8% 43% 43,8%

Per gli utili prodotti dal 1° gennaio 2018, indipendentemente dalla data della delibera di distribuzione, in virtù del venir meno della distinzione tra partecipazioni qualificate e non qualificate, il carico impositivo è del 43,8% (pari alla somma della ritenuta di 19,8 in capo al socio – 26% di 76 – e dell’IRES in capo alla società di 24, rapportata all’utile di 100).

Considerando esclusivamente la tassazione in capo al socio, sarà in ogni caso più conveniente deliberare prima del 2023 la distribuzione delle riserve di utili formatisi fino al 31/12/2017.
Al fine di individuare il regime di tassazione applicabile al socio, l’art. 1, comma 4 del D.M. 26 maggio 2017 ha stabilito il principio in base al quale si considerano distribuiti per primi i dividendi formati nei periodi d’imposta più risalenti nel tempo.
Tale presunzione va anche messa in correlazione con quanto previsto dall’art. 47, comma 1, del TUIR, secondo cui, nel caso di esistenza nel bilancio della società di riserve sia di utili sia di capitale (ai fini fiscali), indipendentemente dalla delibera assembleare, si presumono prioritariamente distribuiti ai fini fiscali l’utile dell’esercizio e le riserve diverse da quelle di capitale.


[1] Si sottolinea che, per il percettore, la tassazione dei dividendi avviene secondo il criterio di cassa, ovvero in relazione al momento dell’effettiva percezione, risultando dunque irrilevante la data della delibera della distribuzione degli stessi. Inoltre, con riferimento ai dividendi derivanti da partecipazioni qualificate, è necessario individuare il periodo di formazione degli utili in capo alla società al fine di applicare la quota corretta di imponibilità in capo al socio.

[2] Si ricorda che l’art. 2, comma 6, del D.L. 13 agosto 2011, n. 138 (convertito dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148) ha incrementato l’aliquota della ritenuta dal 12,5% al 20% a partire dagli utili percepiti dal 1° gennaio 2012; successivamente ad opera dell’art. 3 del D.L. 24 aprile 2014, n. 66 (convertito dalla Legge 23 giugno 2014, n. 89) ed a valere sui dividendi percepiti a decorrere dal 1° luglio 2014, l’aliquota è diventata pari al 26%.

CONSULENTIA | IMU e TASI, il saldo entro il 17 dicembre 2018

dic 7, 2018   //   by admin   //   Consulentia  //  No Comments

Oggi per i nostri lettori, qualche chiarimento sulla scadenza del saldo per IMU e TASI.

A giugno è stato versato l’acconto, e ora, entro il 17 dicembre 2018 (perché il 16 quest’anno cade di domenica), i possessori di fabbricati, aree edificabili e terreni agricoli, siti nel territorio dello Stato, a qualsiasi uso destinati, compresi quelli strumentali o alla cui produzione o scambio è diretta l’attività dell’impresa, sono chiamati a saldare l’IMU e la TASI per l’anno 2018.

Presupposto fondamentale per l’applicazione dell’imposta è il possesso dell’immobile, in qualità di proprietari o titolari di altro diritto reale. La Legge di Stabilità del 2014 ha stabilito che l’imposta non è dovuta per l’abitazione principale e per le pertinenze relative alla stessa. Fanno eccezione le abitazioni principali categorizzate come abitazioni di lusso (categorie catastali A/1, A/8 e A/9), per le quali si applica l’aliquota ridotta e la detrazione di € 200,00.

Inoltre, tra le tipologie di soggetti o immobili esenti dall’applicazione dell’imposta ricordiamo:

  • gli alloggi sociali assegnati dagli Istituti Autonomi per le case popolari e le unità immobiliari appartenenti a cooperative edilizie;
  • l’abitazione coniugale assegnata al coniuge superstite oppure a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • l’immobile abitativo posseduto dal personale in servizio permanente e alle Forze Armate e alle Forze di Polizia.

È opportuno sottolineare che è comunque rimessa al Comune la facoltà di introdurre ulteriori equiparazioni all’abitazione principale.

Nonostante l’IMU e la TASI siano imposte obbligatorie, sussistono alcune agevolazioni che permettono di applicare l’aliquota ridotta o addirittura di annullarla. Quelle più rilevanti sono:

  • Riduzione dell’aliquota del 50% per gli immobili concessi in uso gratuito a parenti – in linea diretta, entro il 1° grado (ad esempio, l’abitazione che un genitore concede al proprio figlio), ancorchè l’agevolazione sia sottoposta ad altre condizioni;
  • Riduzione dell’aliquota del 25% per i possessori che stipulano, registrano e comunicano all’Agenzia delle Entrate un contratto a canone concordato ai sensi della Legge n. 431 del 9 dicembre 1998;
  • Riduzione dell’aliquota del 50% per i possessori di fabbricati inagibili o inabitabili. È necessario che tale condizione sia preventivamente accertata dall’Ente di competenza, a fronte di una perizia verificata dall’Ufficio tecnico del Comune, da cui si evinca che l’inagibilità o comunque l’impossibilità all’uso del fabbricato non è rimediabile con interventi di manutenzione ordinaria.

Per il calcolo dell’imposta, è necessario determinare la base imponibile, che si ottiene applicando alla rendita catastale dell’immobile rivalutata del 5% i coefficienti moltiplicatori sotto indicati:

  • 160 per le abitazioni di tipo signorile, civile, economico, popolari, ultra-popolari, rurali, villini, ville, castelli, palazzi di eminenti pregi artistici o storici, alloggi tipici dei luoghi (categorie catastali da A/1 a A/11 – esclusa A/10);
  • 80 per uffici o studi privati (categoria catastale A/10);
  • 140 per collegi e convitti, case di cura e ospedali non a scopo di lucro, prigioni e riformatori, uffici pubblici, scuole e laboratori, biblioteche, musei, gallerie, accademie, circoli (categorie catastali da B/1 a B/8);
  • 55 per negozi e botteghe (categoria catastale C/1).

Alla base imponibile così determinata, si applicano poi le aliquote di riferimento. Per individuare l’aliquota corretta occorre visionare il regolamento comunale specifico pubblicato in un’apposita sezione del MEF entro il 28 ottobre 2018. Nel caso in cui le delibere comunali non fossero pubblicate si utilizzeranno le aliquote/detrazioni dell’anno precedente.

Il versamento può essere effettuato con modello di pagamento F24 o con bollettino di conto corrente postale.

CONSULENTIA | Iscrizione all’AIRE e doppia residenza

nov 23, 2018   //   by admin   //   Consulentia  //  No Comments

Rispondiamo oggi a qualche domanda sull’iscrizione all’Anagrafe Italiana dei Residenti all’Estero e sulla doppia residenza.

Da qualche mese mi sono trasferito in Francia per motivi lavorativi e questo mi ha portato a spostare qui anche la mia residenza. Sono un ingegnere chimico e lavoro per un’organizzazione internazionale. Al momento dell’assunzione mi è stato chiesto di aprire un conto corrente in una banca francese per il pagamento delle retribuzioni.
Ad oggi, quindi, sono in possesso sia della residenza italiana sia della residenza francese. È possibile?
Cosa succede se non mi iscrivo entro i 12 mesi all’Anagrafe Italiana dei Residenti all’Estero (AIRE)?
Anche se in questo momento sono residente all’estero devo dichiarare i miei redditi in Italia?
Posso continuare a guidare in Francia la mia auto con targa italiana? Sono coperto ai fini assicurativi?
Ho letto che in teoria non potrei farlo per più di un anno, ma la mia assicurazione mi ha confermato che “dovrei” essere coperto, se dovessi avere un incidente con mio torto qui o in altro paese UE cosa rischio? L’assicurazione italiana pagherà i danni anche se ho superato i limiti di 12 mesi?
Pur risiedendo oggettivamente in Francia, fino a quando non sarà eseguita l’iscrizione all’AIRE sarai a tutti gli effetti anche residente in Italia, con i correlati diritti e doveri. L’iscrizione all’AIRE comporta la cancellazione definitiva dall’anagrafe italiana dei soggetti residenti, con la conseguenza che saranno soggetti ad imposizione in Italia solo i redditi ivi prodotti. Fintanto che non provvederai a tale iscrizione continuerai a essere soggetto ad una doppia tassazione: verserai dunque le imposte nel paese in cui produci a tutti gli effetti il reddito ma tale reddito sarà nuovamente soggetto a tassazione nella dichiarazione dei redditi prevista dalla legge italiana, con facoltà di rilevare il credito per le imposte corrisposte all’estero a titolo definitivo.
Aggiungiamo inoltre che, così come disciplinato dalla “Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite”, approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 13 febbraio 1946 e resa esecutiva in Italia con legge 1318 del 20 dicembre 1957, i funzionari delle organizzazioni internazionali godono di privilegi e immunità, e tra questi l’esenzione da ogni imposizione sui trattamenti ed emolumenti, corrisposti dalla stessa organizzazione. Questo però non vuol dire che il tuo reddito non subisce tassazione, bensì che, qualora siano dovute imposte, è l’organizzazione stessa a provvedervi.
L’iscrizione all’AIRE andrà dunque valutata per i suoi riflessi di natura fiscale.
Per quanto riguarda gli altri quesiti, è possibile circolare in Francia con un veicolo italiano anche se – in generale – si dovrebbe assicurare il veicolo nel paese in cui si circola prevalentemente. Si può mantenere la targa italiana, variando la residenza nel libretto di circolazione – inserendo la stessa residenza comunicata all’AIRE con un recapito italiano e informandone la compagnia assicurativa – oppure rottamare per esportazione la targa e re-immatricolare il veicolo, trasformandolo a tutti gli effetti in un veicolo francese ed assicurandolo con una compagnia assicurativa francese.
In caso di incidente e, quindi, di danni a cose o persone, la polizza assicurativa italiana risulterà valida per il risarcimento dei danni materiali o lesioni a persone diverse dal conducente. Al contrario, non sarai coperto per altri risarcimenti, per esempio la riparazione del tuo veicolo.
In ogni caso, è opportuno contattare l’assicuratore e analizzare compiutamente le clausole del contratto di assicurazione.

CONSULENTIA | Fatturazione elettronica: domande e risposte

nov 22, 2018   //   by admin   //   Consulentia  //  No Comments

Il QRCode: che cos’è, a che cosa serve e come si genera
Il QRCode è un codice bidimensionale contenente il numero di Partita IVA, i dati anagrafici e l’indirizzo telematico (PEC o Codice Destinatario) prescelto per la ricezione delle fatture elettroniche e preventivamente registrato presso il Sistema di Interscambio.
Rappresenta una sorta di “biglietto da visita” per i titolari di Partita IVA al pari del codice fiscale per i privati, che potrà essere portato con sé o sullo smartphone sotto forma di immagine oppure su carta. Mostrandolo al fornitore al momento dell’acquisto di beni o di servizi, quest’ultimo potrà acquisire rapidamente tutti i dati necessari per la fatturazione (numero di Partita IVA del cliente, i suoi dati anagrafici e il suo indirizzo telematico), evitando errori e disguidi di indirizzamento.
Il QRCode può essere generato direttamente dall’operatore IVA o da un suo intermediario delegato accedendo all’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi” sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate, che è parte del servizio telematico Fisconline.

Quali documenti rimarranno cartacei nonostante l’avvento della fatturazione elettronica?
Dal 1° gennaio 2019, tutte le fatture, a seguito di cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti e stabiliti in Italia, potranno essere solo in formato elettronico.
I tipi documento che rientrano nella classificazione dei documenti definiti dalle specifiche della fattura elettronica sono: fattura, acconto/anticipo su fattura, acconto/anticipo su parcella, nota di credito, nota di debito, parcella, autofattura, fattura relativa a passaggi interni.
Non sono, dunque, previste variazioni per la bolla doganale che continuerà ad essere emessa in formato cartaceo. La merce potrà essere recapitata al cliente con idoneo documento di trasporto (DDT) in formato cartaceo che dovrà comunque essere richiamato nella fattura elettronica. Una fattura cartacea accompagnatoria potrà ugualmente essere allegata seppur priva di valore ai fini fiscali. Al momento della consegna/spedizione della merce si dovrà procedere all’emissione e trasmissione della fattura in formato elettronico tramite il Sistema di Interscambio.
Gli avvisi di parcella emessi da uno studio professionale non dovranno essere emessi in formato elettronico. Anche se espongono l’IVA, sono generalmente delle comunicazioni tra lo studio e il cliente che non rilevano per l’IVA. All’incasso dell’avviso di parcella, il professionista è tenuto ad emettere la fattura in formato elettronico e trasmetterla al Sistema di Interscambio.

È obbligatorio firmare digitalmente le fatture elettroniche?
Dal 1° gennaio 2019, affinché la fattura elettronica si possa considerare emessa, dovrà essere obbligatoriamente trasmessa tramite il Sistema di Interscambio (SdI). Una volta che il file della fattura elettronica è stato trasmesso al Sistema di Interscambio, quest’ultimo esegue una serie di controlli e, se tali controlli sono superati, trasmette il file all’indirizzo telematico presente nella fattura.
Il Sistema di Interscambio non controlla che la fattura, o il lotto di fatture, siano provvisti di firma digitale. Dopo l’emanazione del provvedimento direttoriale n. 89757/2018, l’apposizione della firma digitale nelle fatture tra privati (altri operatori IVA o consumatori finali) non è infatti più obbligatoria. Pur non essendo più obbligatorio, resta fortemente consigliabile firmare digitalmente le fatture elettroniche per assicurare i requisiti di autenticità e integrità, ottemperando in questo modo agli obblighi posti a carico dell’emittente dall’articolo 21 del D.P.R. 633/1972.
Nel caso in cui, però, il file della fattura elettronica sia firmato digitalmente, il Sistema di Interscambio esegue controlli sulla validità del certificato di firma.
L’apposizione della firma digitale resta in ogni caso obbligatoria per le fatture elettroniche emesse nei confronti della Pubblica Amministrazione.

La conservazione delle fatture elettroniche
Il Sistema di Interscambio veicola le fatture elettroniche spedite e ricevute, ma non assolve all’obbligo di conservazione legale a norma delle stesse. Le fatture elettroniche devono essere conservate entro 3 mesi dai termini di presentazione della dichiarazione fiscale del periodo di imposta. Conformemente al dettato della Legge di Bilancio (art. 1, comma 909, Legge 205/2017), ove si prevede che gli obblighi di conservazione si intendono soddisfatti per tutte le fatture e tutti i documenti informatici che transitano obbligatoriamente dal Sistema di Interscambio, l’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione un servizio gratuito per la conservazione digitale a norma delle fatture emesse e ricevute. La conservazione legale effettuata tramite il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate ha valenza sia fiscale sia civilistica.
Per attivare la conservazione dell’Agenzia delle Entrate, i contribuenti devono aderire online all’accordo di servizio nella sezione dedicata del portale “Fatture e Corrispettivi”. Nonostante la legge prescriva una durata decennale per la conservazione dei documenti, il servizio di conservazione offerto dall’Agenzia delle Entrate assicura la conservazione dei documenti per 15 anni; questa durata allungata dovrebbe consentire di risolvere, almeno parzialmente, i problemi di conservazione delle fatture di acquisto di cespiti per tutta la durata del periodo di ammortamento.
Si precisa che la conservazione, una volta attivata, è automatica, mentre le fatture elettroniche obbligatorie emesse o ricevute precedentemente vanno inviate manualmente al sistema di conservazione.

Come pagare l’imposta di bollo virtuale sulle fatture elettroniche
Le fatture elettroniche non soggette a IVA, di importo superiore a 77,47 euro, sono soggette all’imposta di bollo. In considerazione del fatto che sulle fatture elettroniche non è possibile apporre fisicamente la marca da bollo, per assolvere l’adempimento, sarà necessario effettuare il versamento telematicamente.
Pertanto, il cedente/prestatore dovrà valorizzare nel tracciato XML della fattura elettronica il campo “Dati bollo” e pagare l’imposta di bollo, in un’unica soluzione, tramite modello F24 (codice tributo 2501), con indicazione dell’anno di imposta per il quale si effettua il versamento. Questo va eseguito entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio di riferimento, dopo aver calcolato quanto complessivamente dovuto per tutte le fatture elettroniche emesse durante l’anno.
Ogni fattura elettronica assoggettata a imposta di bollo deve riportare la dicitura “Assolvimento dell’imposta di bollo ai sensi dell’art. 6, comma 2, DM 17/06/2014”.

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